METROCUBO

6 – 8 novembre

Senza-titolo1

METROCUBO

teatral rialitì

Finalista Premio Lia Lapini, Festival Voci di Fonte

un progetto di e con Roberto Caccavo

collaborazione di Andrea Cosentino

e di Luca Francescangeli

progetto scenico Ida Ballerini e Roberto Caccavo

scenografia Eva Sgrò

Finalista Premio Lia Lapini, Festival Voci di Fonte

Metrocubo è un progetto finalizzato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale, ideato e interpretato da Roberto Caccavo e arricchito dalle incursioni virtuali di Andrea Cosentino, dedicato al tema della precarietà, condizione imprescindibile del vivere umano, causa di ansia e paure, ma anche di opportunità e stimolo alla creatività.

 

presentazione

Ho difficoltà a riquadrare le cose

Vite difficili.

Vite al collasso.

Momento strano.

Al grido di: post-industrializzazione, catastrofi annunciate, sviluppo insostenibile, dissesto economico, sistema del consumo, filosofia del marketing, mercati globali, show business, shopping channel, project manager, mission impossible, disoccupazione, mobbing, cococo, cocontratti a progetto, contratti atipici, contratti di affitto, disoccupazione l’ho già detto, centro sinistra, centro destra, caroprezzi, carovita, caropetrolio, falsi miti, falsi moti, falsi mutui, l’uomo medio è diventato cinico, senza aspettattive, un passato non chiaro, un futuro incerto, un bamboccione di età variabile con un lavoro a 550 euro al mese in un monolocale a 750 da condividere con lo studente milanese, il cameriere calabrese, il bagno turco.

Come uscire da questa infausta stasi?

Questo gap generazionale che trascina l’individuo in un turbinio precario-esistenziale?

Non lo so. Però ci fo uno spettacolo.

lo spettacolo

Questo spettacolo non esiste

Il progetto Metrocubo nasce da una riflessione sulla precarietà come condizione esistenziale e sociale. La consapevolezza della fragilità umana, occultata e dimenticata nei giorni di “fasto”, emerge prepotentemente nei momenti di crisi.

Oggi più che mai ogni ambito della vita, dal lavoro agli affetti, si precarizza, diventa labile.

Metrocubo nasce ancor prima da una visione: una casa in un teatro.

Quale casa costruire? La casa di un precario, o anche di un attore.

Vi siete mai chiesti cosa potrebbe accadere se una sera vi trovaste senza alcun preavviso a casa vostra di fronte a un pubblico pagante che attende di assistere a un vostro spettacolo? Questo l’incipit di Metrocubo: un uomo individua tra le pareti di un teatro apparentemente inutilizzato il luogo provvisorio per la sua casa provvisoria, ma un fatto imprevisto lo costringerà a ripensare drasticamente la giornata.

Un uomo in scena con il proprio microcosmo abitativo, un metro-cubo o poco più di casa dove vivere, un mini-bunker, un rifiugio segreto dove nascondersi, una casa a misura d’uomo, un minimo necessario garantito, un’isola mentale e fisica, una prigione, una tomba per vivi, un non-luogo claustrofobico o di liberazione.

Un uomo in scena con la propria vita, la propria storia.

Un uomo a cui non è stato detto di essere quella sera l’unico protagonista di uno spettacolo che non esiste.

Questo è un (non) spettacolo della precarietà, del teatro e della vita o della vita del teatro o del teatro della vita o della vita in teatro; è una presa di posizione, è un vero reality, un progetto sulla quotidianità, il piano emblematico di una società dell’esclusione, è l’estrema conseguenza che si traduce in grottesca, solitaria, litania popolare.

Lo spettacolo prende corpo proprio da questo imprevisto, e il rapporto tra chi è in scena per caso e chi invece è seduto ad aspettare qualcosa si trasforma lentamente in quello tra l’attore e il suo pubblico, in un continuo rimando al gioco metateatrale, a un equilibrio labile, precario tra il personaggio e l’attore.

realizzazione pratica: la scena

Io saturo

La mini-casa, la mini-isola, il mini-mono, sarà pensato come luogo “normale”, un’abitazione perfettamente improvvisata in cui ogni comfort avrà il suo spazio calcolato: dal water ai fornelli, dal letto ai gerani nel giardino, dalla gallina nel pollaio alla tivvù, ma tutto in un “metro cubo” di spazio o poco più. Uno spazio reale di abitazione che non farà mancare niente al suo ospite. In scena Roberto Caccavo fungerà da mediatore, in un delirio (in)cosciente, tra il singolo e la collettività.

Un primo progetto scenico, di cui si allegano le bozze, è stato realizzato da Ida Ballerini. Nell’abitazione nulla sarà gestito da terzi, ovvero dai  tecnici del teatro, come del resto in ogni abitazione normale che si rispetti: la luce, la musica e qualsiasi altra cosa partirà dall’interno della casa, azionata da chi la casa la vive, in una completa autarchia teatrale.

 

il testo

Non ho niente da dichiarare

La costruzione del testo dello spettacolo attinge in parte a indagini sul territorio: oltreché da una drammaturgia costruita per improvvisazioni il testo prende spunto da incontri con la gente con la telecamera davanti alla quale ciascuno potrà parlare del suo stato di precarietà vigente e da filmati autogestiti inviati da chiunque lo desideri sul sito dell’associazione www.babalush.it.

Inoltre il testo verrà arricchito dai materiali di Luca Francescangeli, giornalista che gestisce il blog www.noiprecari.blogspot.com, in cui si affronta il tema della precarietà quotidiana, in cui molti sono costretti a confrontarsi.

 

la TiVVù autarchicamente Cosentino!

La storia si ripete sempre due volte:

la prima volta come tragedia, la seconda come farsa

(K. Marx)

All’interno della casa, oltre all’attore in carne e ossa, e in un dialogo improbabile con lui e il pubblico come fosse un’incursione, o una interferenza imprevista, vivrà come entità virtuale l’implacabile tivvù di Andrea Cosentino: il siparietto televisivo autarchico-demenziale che disserta sul nostro presente frammentario attraverso un palinsesto mediatico fatto di parodie e sottili crudeltà.

Telemomò è la seconda volta della televisione. O del tramonto di un elettrodomestico.

Telemomò è televisione autarchica. È il disvelamento esilarante della povertà del linguaggio televisivo, che viene mimato mediante la povertà materiale di un teatrino artigianale, fatto di una cornice bucata, parrucche, giocattoli, bambole di plastica, pezzi di corpo e brandelli di oggetti.

A raddoppiare e creare cortocircuiti con il reality teatrale di Roberto Caccavo, e con la sua autocostrizione nella casa metro-cubo, Andrea Cosentino svilupperà nella sua precaria televisione artigianale un surreale Grande Fratello, nel quale un supposto campione rappresentativo della società italiana – ovvero nient’altro che i pupazzetti di Biancaneve e i sette nani, Dotto, Brontolo, Cucciolo, Pisolo, Mammolo, Eolo e… quell’altro – dovranno vivere a tempo indeterminato nell’interno claustrofobico di uno schermo televisivo drammatizzando conflitti irrisori, respingendo profferte di mele da parte di vecchie, biscioni e serpenti (il racconto non è bello se non è stratificato e polisemico), fino alla vittoria del nano che nessuno è in grado di eliminare perché nessuno ne ricorda nome e caratteristiche. Una prospettiva sghemba e paradossale sul voyeurismo dello spettatore, che osserva come da un buco di serratura che dà su una finestra che dà su uno specchio il suo stesso sguardo anonimo, e gongola.

 

Il video

guardami

Come primo studio dello spettacolo è stato realizzato un video: una performance strettamente legata alla produzione dello spettacolo che tiene conto di alcuni degli elementi che contraddistinguono fin dal principio il progetto, ovvero la vita in un teatro, la decontestualizzazione di azioni quotidiane normalmente destinate all’interno delle mura domestiche, la tv surreale di Telemomò, le interviste. La sua produzione, per la regia di Roberto Caccavo, ha visto la collaborazione di Andrea Cosentino, Luca Privitera, Jean Francois Fardulli, Massimo Liverani. Le riprese sono state realizzate presso lo spazio Liberato-ExBreda di Pistoia nel mese di dicembre 2008.

musiche Moozak – Massimo Liverani e Fabrizio Orrigo

video Luca Privitera e Jean François Fardulli

organizzazione Chiara Fallavollita

produzione 2009 Babalush e Capesante

co-produzione AREA06 e Collinarea Festival 09

in collaborazione con Rialtosantambrogio e Arteriosa